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  Fame emotiva addio: ora ti controllo io!  
  Writer : Silvia Nava - Redazione Miadieta.it  
  [ 19-10-2005 ]  
 

Nonostante l’impegno e la forza di volontà, rendere duraturi gli effetti di una dieta è quasi sempre un’ardua impresa.

Non ci sono piani di mantenimento che tengano: ad un certo punto l’ago della bilancia ricomincia a salire, e noi a chiederci dove e quando abbiamo sbagliato.

La risposta? Emotional eating, più comunemente detta fame emotiva.



Si tratta di un meccanismo che ci spinge a considerare il cibo come un conforto, un’ancora cui aggrapparsi di fronte a emozioni e difficoltà. Questo tipo di fame non nasce infatti per esigenze del corpo, bensì per esigenze della mente.



A soffrirne sono in molti: persone che per stare in forma si ripropongono di mangiare in modo sano e senza eccessi, a pranzo si siedono giudiziose e determinate davanti a un piatto di insalata, ma poi inspiegabilmente a metà pomeriggio non riescono a resistere a un dolce glassato.



Inutile dare la colpa allo stomaco. In primo luogo perché, se si segue un regime alimentare equilibrato e completo, è molto improbabile ridursi a una fame tanto incontrollabile: un organismo sano può resistere a digiuno senza problemi per 42 ore, figuriamoci per 2 o 3!

In secondo luogo, la vera fame fisica manda sì impulsi molto forti, ma non verso dolcetti e patatine. Basta pensare a ciò che si avverte dopo aver fatto sport in modo intenso: il primo pensiero è fiondarsi su un piatto di pasta o una bella bistecca, non su una merendina al cioccolato!



È facile intuire quindi che lo stimolo è un altro. Una sorta di “fantasma dello stomaco”, che inizia a inviare fastidiosi segnali nelle occasioni più diverse: quando siamo sotto pressione per un esame o un lavoro importante, quando siamo preoccupati per i figli usciti in motorino, quando siamo arrabbiati con il partner o tristi per una delusione, perfino quando scopriamo una multa sul parabrezza!

Le radici di questo meccanismo vanno ricercate nei primissimi anni dell’infanzia, quando il latte materno dava conforto ai nostri pianti nella culla. Questo ci spingeva a considerare il cibo come soluzione a dolori e dispiaceri, e inconsciamente l’equazione si ripropone anche in età adulta.



Le sensazioni di disagio vengono registrate dal cervello come segnali di difficoltà, e a questo punto la risposta emotiva scatta immediata: lo stomaco brontola, la voglia di quella brioches sale alle stelle… e la forza di volontà cede.



Poi, di fronte alla carta vuota e alla pancia piena, i sensi di colpa si fanno sentire, ma sul momento sembra impossibile resistere, anche se non è certo la prima volta.

Questo perché, quando scatta la fame emotiva, ogni barlume di razionalità scompare, sopraffatto dalla necessità di un conforto immediato. È una sensazione molto simile a quella provata dai fumatori nel momento di accendersi l’agognata sigaretta, e al pari del fumo va considerata una dipendenza psicologica, anche se meno dannosa.



Non si tratta però di una dipendenza irrisolvibile: riuscire a controllare la fame emotiva è possibile, ma ci vuole metodo.



In primo luogo è necessario imparare a riconoscere la fame emotiva dalla fame fisica, prestando attenzione alle 6 differenze tra le due. Eccole:

 
     
   
   
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